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Cambogia, genocidio e “Pechino Connection”

27/11/2018Marco Respinti |

Nuon Chea al processo
Nuon Chea al processo (Khmer Rouge Tribunal (ECCC) – CC BY-SA 2.0)

Marco Respinti

Gli ultimi due sopravvissuti del regime dei Khmer rossi sono stati condannati all’ergastolo per genocidio. Ma è una mezza vittoria poiché il tribunale speciale per la Cambogia non ha riconosciuto l’immane “autogenicido” commesso da quei fanatici maoisti fra il 1975 e il 1978. Il perché ha a che fare con i loro potenti sostenitori stranieri

È successo in Cambogia, ma è fondamentale anche per la Cina. Venerdì 16 novembre il Tribunale speciale per la Cambogia (Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia), istituito nel 2006 grazie a un accordo fra il Paese indocinese e le Nazioni Unite, composto da giudici cambogiani e internazionali, e presieduto dal giudice Nil Nonn, ha emesso una sentenza storica. Ha condannato per genocidio Nuon Chea, 92 anni, che era il n. 2 del mostruoso regime comunista dei Khmer rossi di Pol Pot (alias Saloth Sar, 1925-1998), e Khieu Samphan, 87 anni, n. 4 del regime, che è stato il capo di Stato della “Kampuchea democratica”. Al lato pratico per i due gerarchi rossi cambia poco: scontano l’ergastolo per crimini contro l’umanità dal 7 agosto 2014, ora ne sconteranno – si fa per dire – due. Ma è la prima volta che quell’accusa terribile viene pronunciata e ratificata ufficialmente da un’aula di giustizia cambogiana, e non da una qualunque, ma precisamente da quel tribunale ad hoc sostenuto dall’ONU che in dieci anni di ricerche ha speso ben 300 milioni in dollari statunitensi.

Nell’aprile 1975 Pol Pot – grande ammiratore della Rivoluzione Francese (1789-1799) e amico di certa gauche-caviar parigina, per esempio Jean-Paul Sartre (1905-1980) – porta al potere in Cambogia l’ala nazionalista e filocinese dei Khmer rossi: khmer perché così si chiama l’etnia maggioritaria del Paese (87%), rossi poiché seguaci del Partico Comunista della Kampuchea (Cambogia in lingua khmer). Il Paese piomba nel baratro. Il suo modello è la Cina del parossismo rivoluzionario di Mao Zedong (1893-1976), soprattutto le rieducazioni, i laogai, gli stermini di massa, le utopie economiche, gli esperimenti sociali (e quelli medici) e la persecuzione delle religioni. Gli stranieri vengono espulsi o uccisi, le frontiere chiuse, anche con l’Unione Sovietica. Il “socialismo agrario” schiavizza i cambogiani, che faticano solo per produrre carestie. Le professioni “borghesi” (insegnanti, avvocati, medici) sono cancellate, scuole e ospedali vengono chiusi. La medicina occidentale è sostituita da “rimedi nazionali”. Banche, finanza e denaro sono aboliti, lo stesso la magistratura. Le religioni sono dichiarate fuorilegge ed estirpate da organismi appositi. Possedere manufatti occidentali è un reato capitale, come parlare una lingua estera o portare quegli occhiali che consentono di leggere le “bugie” straniere. Choeung Ek, ex frutteto a circa 15 km a sud di Phnom Penh, è uno dei killing field più noti. Tra le cose più raccapriccianti di quel luogo vi è un albero contro cui venivano schiantati i bambini. L’orrore cambogiano è giunto persino al cannibalismo. A un certo punto viene cambiata pure la lingua e rifatto il calendario: quello rivoluzionario fissa l’“Anno zero” alla presa del potere di coloro che, rifiutando il nomignolo “monarchico” di “Khmer rossi”, si definiscono “Khmer prima dell’Anno zero”.

Al governo c’è il “partito-Stato-dio”, letteralmente. Pol Pot e i suoi sodali postulano infatti all’origine di tutto e sopra tutto l’“Angkar Padevat”, cioè l’“Organizzazione Rivoluzionaria”, ovvero l’“Angkar Loeu”, cioè l’“Alta Organizzazione”: è un’oscura entità superiore a qualsia altra cosa, di cui persone e cose sono solo strumenti. Il popolo deve adorarla come “divinità politica”. È il diritto, la giustizia, il guardiano della rivoluzione, la misura di ogni cosa, il boia contro i “nemici del popolo”. I suoi “sacerdoti” sono i membri del “Nucleo del Partito”, ossia il comitato centrale del “Kena Mocchhim”, cioè l’“Apparato del Partito”. Assumono il titolo di “Fratello”, seguito da un numero progressivo. Quando si dice che Nuon Chea era il n. 2 e Khieu Samphan il n. 4 del regime la cosa è letterale. Tornano alla mente gli studi del filosofo della politica tedesco-statunitense Eric Voegelin (1901-1985) sulle ideologie come fedi immanenti e “religioni capovolte”, e torna alla mente il nazional-comunismo, a forte tinte razzistiche, che spadroneggia in Corea del Nord con il nome di Juché, ma pure che tutti i “socialismi reali” sono stati nazionalismi rossi e i socialismi bruni “fascismi rossi”.

Il regime di Pol Pot crolla quando il 7 gennaio 1979 il Vietnam comunista ma filosovietico invade Phnom Penh. I vietnamiti fanno i conti e parlano di 3,3 milioni di vittime. Dipende se si calcolano anche i morti per fame causati dalla denutrizione indotta dal razionamento del cibo per ragioni ideologiche: mangiare poco doveva infatti servire a forgiare l’uomo nuovo comunista (mentre però il regime del Khmer rossi esportava derrate alimentari in Cina). Al netto di ciò, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha contato 1,2 milioni di vittime, l’Università Yale 1,7 milioni e lo studioso Rudolph J. Rummel (1932-2014), dell’Università delle Hawaii, autore del fondamentale Stati assassini. La violenza omicida dei governi (trad. it. a cura di Stefano Magni, Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2005), 2 milioni. Pol Pot ne ha ammessi 800mila. Il censimento del Paese nel 1972 aveva contato 7,1 milioni abitanti: il che significa che da metà del 1975 alla fine del 1978, è stato eliminato – calcolando prudentemente – più del 25% della popolazione.

Una ecatombe che, percentualmente parlando, forse non ha eguali nella storia. Sarebbe però troppo semplice liquidarla come semplice gesto di follia. Non lo è stata affatto. È stata invece la lucida e logica conseguenza dell’impianto ideologico comunista, soprattutto nella sua accezione maoista. Senza la Cina, infatti, il regime dei Khmer rossi non sarebbe mai esistito né ideologicamente né storicamente, come Bitter Winter ha già avuto modo di evidenziare. Fare quindi luce piena sugli anni della Kampuchea democratica significa chiedere apertamente all’attuale regime cinese di prendere le distanze da quel passato, di rinnegare l’appoggio dato ieri ai khmer rossi, ma soprattutto di fermare le politiche non meno genocide che esso pratica oggi.

La sentenza, importantissima, del 16 novembre presenta infatti un lato buio che spiega come mai non si sia mai riusciti a inchiodare gli assassini cambogiani a tutte le loro responsabilità. Oltre a Nuon Chea e a Khieu Samphan, in carcere c’è infatti solo Kaing Guek Eav, noto con il nome di battaglia di “Duch”. Il 26 luglio 2010 è stato condannato per crimini contro l’umanità a una pena di 35 anni di prigione poi commutati in ergastolo il 3 febbraio 2012. Comandava la polizia speciale Santebal, cioè “Custodi della Pace”, incaricata della sicurezza interna e dei campi di internamento. È riuscito a macchiarsi della morte di oltre 17mila persone nella ex scuola superiore di Tuol Sleng, ribattezzata burocraticamente Prigione di sicurezza 21 (S-21), alla periferia di Phnom Penh, ora un museo. Ieng Sary (1925-2013), il n. 3 del regime, ministro degli Affari Esteri, e sua moglie, Ieng Khieu Thirith (1932-2015), ministro degli Affari sociali (e sorella di una prima moglie di Pol Pot), hanno vissuto in una villa lussuosa e barricata nella zona meridionale della capitale fino all’arresto, il 12 novembre 2007. Portati in giudizio, lei era troppo malata di demenza per sostenere il processo e lui, accusato formalmente di genocidio il 16 dicembre 2009, è morto prima di arrivare a sentenza.

Tutto qui. Il perché così pochi è complesso, e a che a fare con collusioni, connivenze e convenienze internazionali. Il perché non si riesca a incriminare i Khmer rossi per genocidio (ma “solo” per crimini contro l’umanità) riguarda proprio il concetto di genocidio. “Genocidio” è un neologismo dallo specifico valore giuridico, forgiato nel 1944 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin (1900-1959) a fronte della Shoà: lo sterminio premeditato e sistematico di un gruppo umano omogeneo e comunque identitario sul piano etnico, culturale o religioso. Di fatto, però, la definizione di genocidio è sempre stata applicata solamente a gruppi etnici: così, per esempio, quello di natura etnico-religiosa perpetrato contro i cristiani armeni fra 1915 e 1916 è stato correttamente identificato come genocidio, ma non così quello di natura religioso-culturale contro i cattolici della Vandea fra 1793 e 1794. Perché infatti non anche gruppi umani identificabili sul piano per esempio sociale o economico, oppure i “non comunisti” invisi a Pol Pot?

Del resto l’identificazione di un gruppo umano omogeneo può essere oggetto di capziosità da parte di chi è in malafede sull’argomento genocidio. Quando la comunità internazionale adottò questa definizione dopo la Seconda guerra mondiale, non sempre i suoi membri lo hanno fatto in buona fede: l’Unione Sovietica vi ha per esempio visto il modo per escludere l’Holodomor, il genocidio ucraino per carestia indotta consumatosi tra 1929 e 1933. Quegli ucraini, infatti, sfuggivano alla classificazione lemkiniana, soprattutto se applicata rigidamente. Ebbene, vi sfuggono anche le vittime cambogiane né etnicamente diverse dai loro boia cambogiani né facilmente identificabili come gruppo culturale (o religioso) specifico.

Il 16 novembre, infatti, Nuon Chea e Khieu Samphan sono stati riconosciuti colpevoli sì di genocidio, ma il primo di genocidio nei confronti della minoranza vietnamita presente in Cambogia e della minoranza musulmana dei Cham, mentre il secondo di genocidio verso la sola minoranza vietnamita (e non verso i Cham). Fattore decisivo, questo, per gettarli in carcere, ma così il mostruoso “autogenocidio” compiuto dai cambogiani comunisti contro il resto della popolazione cambogiana non comunista sfuma, e questo nonostante lo sappiano tutti che quello compiuto dal regime comunista di Pol Pot sia stato un vero e proprio genocidio documentato da libri, film e persino musei dell’orrore.

Il mondo è però fortunatamente più ampio delle aule dei tribunali. Da molto tempo gli studiosi hanno infatti separato il concetto di genocidio dall’appartenenza etnica, contemplando persino il concetto di “genocidio freddo”, ovvero lo sradicamento metodico di un gruppo umano attraverso uccisioni, incarcerazioni e torture nel corso di un periodo di diversi anni. Niente affatto accademicamente, ma molto concretamente si domandano, cioè, se quanto faccia la Cina oggi a uiguri, Falun Gong e altri gruppi quali per esempio la Chiesa di Dio Onnipotente possa essere qualificato come genocidio. Ora, questo rafforza, ma pure allarga il fondamentale concetto di “genocidio culturale”. Se quindi i tribunali internazionali tenessero il passo degli specialisti accademici, anche il regime criminale di Pol Pot potrebbe finalmente essere inchiodato per ciò che davvero ha fatto. Verrà quel giorno? Se sì, vedremo allora finalmente salire sul banco degli imputati anche il principale sostenitore della Kampuchea genocida di ieri, un Paese che i genocidi continua però a compierli anche oggi: la Cina.

 

Contrassegnato con: Cambogia, Diritti umani, Partito Comunista Cinese

Marco Respinti
Marco Respinti

Marco Respinti è il direttore di International Family News. Italiano, è giornalista professionista, membro dell’International Federation of Journalists (IFJ), saggista, traduttore e conferenziere. Ha collaborato e collabora con diversi quotidiani e periodici, sia in versione cartacea sia online, in Italia e all’estero. Autore di libri, ha tradotto e/o curato opere di, fra gli altri, Edmund Burke, Charles Dickens, T.S. Eliot, Russell Kirk, J.R.R. Tolkien, Régine Pernoud e Gustave Thibon. Senior Fellow al Russell Kirk Center for Cultural Renewal, un’organizzazione educativa statunitense apartitica e senza fini di lucro che ha sede a Mecosta, nel Michigan, è anche socio fondatore e membro del Consiglio Direttivo del Center for European Renewal, un’organizzazione educativa paneuropea apartitica e senza fini di lucro che sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, nonché membro del Consiglio Consultivo della European Federation for Freedom of Belief. È direttore responsabile del periodico accademico The Journal of CESNUR e di Bitter Winter: A Magazine on Religious Liberty and Human Rights in China.

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